È possibile prevenire i suicidi ricorrendo all’intelligenza artificiale?

Un team di ricercatori ha addestrato un sistema di intelligenza artificiale al fine di identificare soggetti con pensieri e tendenze suicide effettuando lo scanning del loro cervello. Lo studio, ancora in fase di sperimentazione, potrebbe in un futuro prossimo essere impiegato per diagnosticare le condizioni di salute mentale dei pazienti.

Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è stato portato avanti da un team di scienziati guidati da Marcel Just, psicologo al Carnegie Mellon University.

L’algoritmo non è ancora sufficientemente affidabile come un test medico dovrebbe essere. E potrebbe anche non venire mai utilizzato a causa degli alti costi richiesti dallo scanning cerebrale. Ma è bello sapere di avere a disposizione un metodo alternativo“, ha spiegato Just.

L’esperimento ha visto il coinvolgimento di 34 volontari, diciassette dei quali con tendenze suicide. I ricercatori hanno chiesto loro di leggere 30 parole con accezioni positive e negative o associabili alla morte. In seguito, mentre pensavano profondamente al significato di ciascuna di queste, le loro onde cerebrali venivano scansionate con un sistema chiamato fMRI (functional Magnetic Resonance Imaging).

I ricercatori hanno rilevato che la risposta a sei parole (“morte”, “incidente”, “serenità”, “buono”, “premio” e “crudeltà”) ha messo in luce sostanziali differenze nei due gruppi di partecipanti. Hanno poi fornito questi dati ad un algoritmo di machine learning, escludendo i risultati di una sola persona. Per ogni parola, hanno suggerito al programma quale attivazione neurale seguisse il percorso di ciascun gruppo ed hanno fornito al sistema i risultati della persona mancante, chiedendo all’algoritmo di “indovinare” di quale gruppo fa parte. Il sistema è stato in grado di rivelarlo nel 91% dei casi. In un secondo test lo stesso sistema, addestrato unicamente con le immagini dei pazienti, è stato in grado di rivelare, nel 94% dei casi, coloro che avevano già tentato il suicidio.

Secondo Blake Richards, neuroscienziato dell’Università di Toronto, i risultati dello studio sono interessanti, ma non abbastanza precisi da rendere questo test utile alle diagnosi, e che l’attività dei percorsi neurali rappresenta ancora una correlazione, non una causa. “Ci sono indubbiamente delle basi biologiche su ogni aspetto mentale delle nostre vite, anche per chi decide di commettere un suicidio” ha chiarito Richards, “ma la domanda è capire se queste basi possono essere accessibili sufficientemente al sistema fMRI per sviluppare correttamente un test da utilizzare in sede medica“.

Perciò, nonostante l’accuratezza di questi test sia alta, non lo è abbastanza da giustificare un qualsiasi tipo di intervento medico. Altri scienziati si sono dimostrati scettici sulla possibilità di ricorrere a soluzioni di questo tipo nella pratica clinica quotidiana. “Occorrono apparecchiature molto sofisticate e costose, ma anche pazienti estremamente collaborativi”, ha spiegato Derek Hill dell’University College di Londra.

In risposta a queste obiezioni sul sistema, il team della Carnegie Mellon sta cercando di ripetere lo stesso esperimento ricorrendo ad un comune elettroencefalogramma, che può essere effettuato con strumenti molto più semplici e meno costosi.

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